Dall’industria pesante all’industria Pensante

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Un nuova ricerca sulla macchine di assemblaggio svela alcuni interessanti aspetti dello sviluppo dell’Industria 4.0 e dei suoi limiti

Il settore dei costruttori di macchine e sistemi di assemblaggio è in Italia un contesto vivace, continuamente in crescita e ricco di aspettative dal punto di vista tecnologico. Ad affermarlo è il professor Gruosso del Politecnico di Milano che ha presentato oggi uno studio del settore (sponsorizzato da Messe Frankfurt Italia) presso il Kilometro Rosso di Bergamo, città ad elevata vocazione manifatturiera soprattutto in ambito meccanico e meccatronico. Ed è proprio il settore dei costruttori di macchine e sistemi di assemblaggio a rappresentare un comparto abilitante per la trasformazione del mondo manifatturiero attraverso l’adozione di tecnologie della Meccatronica e del digitale.

Dal punto di vista economico, il settore evidenza un fatturato in crescita costante dal 2009 al 2016, con i ricavi di pmi e medie imprese molto simili.  Si osserva in particolare per la piccola impresa variazioni minori del fatturato medio negli ultimi 10 anni rispetto alle medie imprese che hanno sofferto di più della crisi del 2008, riuscendo però a crescere con livelli superiori rispetto a quella pre-crisi.

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Molto interessante è la propensione agli investimenti: negli ultimi anni le aziende hanno puntato fortemente sugli impianti, pur con differenze a seconda della dimensione aziendale.

I dati sono precedenti all’introduzione del piano Calenda: le iniziative di investimento delle imprese italiane costituiscono pertanto un dato ancor più positivo, in quanto le aziende, soprattutto quelle con una maggior vocazione internazionale, hanno acquistato o modernizzato le proprie macchine a partire dal 2011. Con le agevolazioni del piano Calenda i valori degli investimenti saranno ancora più alti e produrranno elevati benefici per il settore” ha spiegato il professor Gruosso.

Nota dolente: solo il 67% delle aziende possiede un reparto di ricerca e sviluppo, con l’11% di esse che investe oltre il 10% rispetto al fatturato, il 22% tra il 5 e il 10%, il 17% tra il 2 e il 5% e l’11% meno del 2%.

Non c’è futuro se non si investe in innovazione. Il rischio è quello piano piano di perdere quote di mercato, per poi essere estromessi dal mercato” ha aggiunto il professor Gruosso.

Ma quale è il grado di automazione delle imprese del settore dei costruttori di macchine e sistemi di assemblaggio?

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Siamo giunti all’alba della quarta rivoluzione industriale grazie all’arrivo  di nuove tecnologie che stanno  profondamente cambiando i sistemi produttivi del nostro Paese, secondo mercato industriale in Europa. Intelligenza artificiale, machine learning, big data e IoT permettono alle aziende di incrementare la loro efficienza e riuscire a soddisfare le richieste di una clientela che vuole tutto, subito e molto personalizzato. Le imprese devono pertanto riuscire ad essere flessibili, riconfigurabili, ed interconnesse: l’obiettivo è quello di passare dall’industria pesante all’industria pensante” ha dichiarato Stefano Scaglia, Presidente Confindustria Bergamo.

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Esistono pero una serie di fattori che limitano o rallentano lo sviluppo dell’Industria 4,0 secondo le imprese intervistate: innanzitutto vi sono i tempi di implementazione non così ridotti come si poteva pensare, l’accavallamento di tecnologie e strutture, il difficile adeguamento alle forniture, l’integrazione delle applicazioni nella filiera cliente-fornitori. A questi si aggiungono la necessità di dover affrontare un cambiamento culturale non semplice, e dalla mancanza di una visione di lungo periodo a seguito di alcuni limiti dettati dalle aziende che investono solo per ottenere super e iper ammortamento.

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Una altro fattore da dover tenere sicuramente in considerazione è quello delle competenze, sempre più richieste, ma di difficile reperimento, ormai necessarie per poter gestire al meglio l’introduzione delle nuove tecnologie in azienda. E’ opportuno infatti un training continuo del personale per elevare il loro livello di competenze, con però un maggior supporto delle università che dovrebbero aggiornare più velocemente i loro percorsi accamici così da chiudere il gap di competenze richieste dalle aziende.